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Guida su fotocamere e fotografia digitale

 
Guida su fotocamere e fotografia digitale
Capitolo 1 - Le fotocamere digitali

Capitolo 2 - Scattare con una fotocamera digitale

Capitolo 3 - Come fare fotografie migliori

Capitolo 1 - Le fotocamere digitali
 
Cosè una fotocamera digitale
  Reflex o compatta, da svariati megapixel e con un valido zoom per gli scatti a distanza. E' una fotocamera digitale, indispensabile compagno di viaggio per svago e, per alcuni, anche per lavoro. Da un po' di tempo, è proprio impossibile farne a meno...
Se stiamo parlando di uno strumento di svago, fedele assistente di mille avventure e irrinunciabile compagno di viaggio, ci stiamo sicuramente riferendo a una macchina fotografica. Non si può andare in vacanza senza di lei, non la si può lasciare a casa in occasione di un evento importante: la memoria lentamente svanisce e solo un ricordo tangibile, una fotografia ben fatta, può ridarci le emozioni vissute e rendere eterno il ricordo di persone e situazioni. Insomma, tutti sanno cos'è una macchina fotografica e, anche se in modo superficiale, tutti la sanno usare: si carica il rullino, si inquadra il soggetto e click, il gioco è fatto.
Ma da qualche anno alle fotocamere tradizionali, quelle che per intenderci usano il rullino e si basano sullo sviluppo chimico della foto, si sono affiancate quelle digitali, che dopo un breve periodo di fisiologica diffidenza hanno acquisito sempre maggiore popolarità, al punto da essere oggi quasi una scelta obbligata per il segmento consumer, ma anche una buona proposta per i grandi appassionati e per il mondo professionale.
In cosa differiscono i due tipi di macchine? Semplice: nonostante lo scopo sia lo stesso, ovvero catturare immagini del mondo esterno, il modo per raggiungerlo è molto diverso. Le macchine tradizionali registrano su pellicola l'immagine che transita attraverso il gruppo ottico e, tramite un processo di sviluppo chimico, ne determinano una manifestazione tangibile su supporto cartaceo. Le fotocamere digitali non hanno alcuna pellicola e catturano l'immagine digitalizzandola, scomponendola cioè in una griglia di pixel: più in dettaglio, le fotocamere digitali trasformano l'immagine reale, cioè quella che proviene dall'esterno, in un fitto insieme di punti e assegnano a ognuno di essi un colore, una tonalità specifica. Il risultato finale è la somma di tutti i punti, ognuno dei quali occupa una specifica posizione nello spazio: insomma, è la rappresentazione digitale dell'immagine reale, ovvero una fotografia che si mostra sotto forma di file informatico registrato nella memoria interna o removibile della macchina. Per questo motivo la fotografia può essere agevolmente trasferita dalla macchina a un qualunque computer, poi elaborata con un programma di grafica e stampata su carta, dando un risultato in tutto e per tutto analogo a quello della fotografia chimica.
Versatilità e convenienza sono sempre a favore della fotografia digitale: l'immagine può essere scattata più e più volte senza spese superflue - la memoria si registra e cancella migliaia di volte -, e in più la fotografia può essere abilmente ritoccata e modificata prima di andare in stampa. Se qualcuno degli scatti è visibilmente sfocato e difficilmente correggibile con gli strumenti di fotoritocco, basta non stamparlo per non spendere nulla, visto che lo sviluppo semplicemente non c'è...
Nonostante due modalità molto diverse di creazione dell'immagine, la struttura portante della macchina fotografica è identica per entrambe le categorie: il gruppo ottico, larga parte delle funzioni, l'autofocus, macro, esposizione, reflex ecc, tanti concetti e strumenti che si applicano alla fotografia e alle fotocamere in generale, a prescindere dalla loro natura chimica o digitale. Gli appassionati di vecchia data non si devono quindi preoccupare: tutti i concetti e le abilità apprese con la macchina classica (ad eccezione dell'inserimento e caricamento del rullino) potranno essere utilizzate efficacemente anche con la nuova fotocamera digitale, che in più assicura una versatilità e un risparmio fino a ieri sconosciuti. E poi c'è un discorso di qualità: mentre all'inizio i risultati migliori si ottenevano con le fotografie tradizionali, oggi le differenze si sono ridotte moltissimo anche sotto questo profilo, fino a risultare nulle in molti casi. Senza contare che i prezzi delle migliori macchine iniziano a essere alla portata di tutti: con alcune reflex da 6 Megapixel a poco più di 1.000 Euro, chi la ferma più la fotografia digitale?


 
Il CCD, cuore pulsante della nuova fotografia
  All'interno di una fotocamera digitale, il CCD è l'equivalente della pellicola, cuore pulsante del sistema di cattura e responsabile di larga parte della qualità (e del prezzo) della macchina. 3 Megapixel sono lo standard odierno. Nell'immagine, un CCD standard e il Super CCD della Fujifilm, una variante dalle performance di rilievo.
Il CCD (Charged Coupled Device) è il cuore della fotocamera digitale, il sensore posto subito dopo il gruppo ottico e responsabile della cattura delle immagini provenienti dall'esterno. Per raggiungere lo scopo, il CCD è composto da milioni di fotodiodi, ognuno dei quali corrisponde a un pixel dell'immagine finale: ovviamente dalla qualità del CCD e dalla quantità di fotodiodi dipende larga parte del risultato finale, quanto meno come quantità di informazioni che si traducono in dettagli visibili. Insomma, a seconda del numero di fotodiodi (ovvero, pixel) cambia la risoluzione della foto.
La quantità di pixel del CCD si misura in MegaPixel, ovvero milioni di pixel, un dato che condiziona la qualità della macchina e conseguentemente il suo prezzo. Le attuali fotocamere spaziano da 2 a più di 10 MegaPixel, ponendo i 3 milioni di pixel (più precisamente, di solito si tratta di 3.2 milioni) come punto di partenza per utenti alle prime armi. 5 e 6 Megapixel sono il livello medio cui solitamente si posizionano gli appassionati e i professionisti. Per rendere l'idea, una fotocamera digitale da 2 Megapixel scatta immagini con risoluzione massima (reale) di 1.600 x 1.200 punti (il prodotto dà appunto 2 milioni di pixel), mentre una da 5 Megapixel raggiunge i 2.560 x 1.920 punti, con un livello di dettaglio molto superiore. Alcune macchine permettono poi di scattare anche a risoluzioni superiori rispetto a quella reale del CCD, ma in questo caso ciò che fanno è un semplice procedimento di interpolazione (in pratica ingrandiscono l'immagine per via digitale) che non porta ad alcun significativo miglioramento nella qualità e nel livello di dettaglio dell'immagine. Ciò che conta, sempre e comunque, è la risoluzione reale della macchina, ovvero quella effettiva che corrisponde al numero di fotodiodi del suo CCD.


 
Supporti e memoria, guai a restarne senza
  Per registrare le fotografie scattate si usano diversi supporti di memoria, a seconda del tipo supportato dalla fotocamera che si usa. I più popolari sono Memory Stick, SD Card, Compact Flash, Smart Media, MultiMediaCard e xD Memory Card. In alternativa si può usare anche un Hard Disk miniaturizzato.
Visto che la pellicola non c'è, l'immagine digitale deve per forza trovare un altro supporto su cui essere registrata. Inizialmente i produttori dotavano le proprie macchine di un certo quantitativo di memoria Flash interna, scelta che si è presto rivelata insufficiente a contenere le molte fotografie che gli appassionati volevano scattare. Bisogna infatti considerare che l'immagine digitale pesa in modo direttamente proporzionale alla quantità di pixel di cui è composta, per cui l'aumento di risoluzione delle fotocamere (prima 1.2 Mpixel, poi 2, 3 e oggi fino a 10 Mpixel e oltre) avrebbe imposto un aumento più che consistente della memoria interna. Ma visto che i produttori non potevano sapere che uso l'utente avrebbe fatto della fotocamera, se avrebbe scattato tante foto al giorno o si sarebbe limitato ad essere un utente occasionale, l'unica soluzione percorribile era quella delle memorie removibili, prima i Floppy (1.44 MB, troppo poco), poi supporti ad hoc che potessero ospitare anche centinaia e centinaia di foto. Oggi i formati di carta di memoria più diffusi sono: Memory Stick, SD Card, MultiMediaCard, Smart Media Card, Compact Flash e xD Memory Card. La capienza massima attualmente possibile è di 4 GB, che corrispondono a centinaia di foto (compresse) anche se scattate alla massima risoluzione possibile. Da segnalare, poi, che alcune macchine permettono di registrare le istantanee anche su Hard Disk miniaturizzati, come il Micro Drive di IBM (nell'immagine).


 
Obiettivi, a focale fissa o zoom?
  Se si esaminano attentamente le scritte dell'obiettivo si possono trovare alcune indicazioni molto importanti, come la distanza focale (in questo caso 7-21 mm) e la luminosità dell'ottica (1:2.0-2.5). Da non dimenticare che larga parte della qualità del risultato finale dipende dalla bontà del gruppo ottico.
Parlando di obiettivo, ovvero di una delle parti più importanti della fotocamera, si deve premettere l'importante bipartizione tra obiettivi a focale fissa e zoom. La lunghezza focale, rappresentata da un numero in millimetri che generalmente è posto sull'obiettivo, è la distanza che separa il centro dell'obiettivo dal CCD: minore è la distanza focale, maggiore è il campo che viene inquadrato. Se la macchina riporta un solo valore di distanza focale (ad esempio f=20mm), ciò significa che non consente alcuna escursione nel campo inquadrato, è cioè a focale fissa e non ha alcuno zoom. Al contrario, le macchine dotate di zoom ottico (la stragrande maggioranza) riportano proprio l'escursione focale sull'obiettivo (come f=7-20mm) e permettono di inquadrare anche soggetti posti a una certa distanza, nonostante ciò comporti un'avvertibile e fisiologica riduzione del campo inquadrato. Il grosso vantaggio delle ottiche zoom è quello di supportare diverse lunghezze focali senza richiedere la sostituzione dell'obiettivo volta per volta, un grosso vantaggio soprattutto per il fotografo non professionista o grande appassionato.
Da notare, infine, che in questo specifico ambito non c'è perfetta corrispondenza tra macchine digitali e chimiche: la pellicola è generalmente più grande di un CCD, per cui lo stesso angolo d'inquadratura richiede distanze focali diverse. Più in dettaglio, una macchina digitale richiede, a parità di angolo d'inquadratura, una distanza focale inferiore rispetto a una fotocamera tradizionale. Da ciò deriva l'abitudine di indicare, soprattutto nei modelli più evoluti (quelli professionali), non solo la lunghezza focale effettiva, quella reale, ma anche quella equivalente di una macchina tradizionale. Chi ha usato per anni e anni una fotocamera chimica deriva da ciò un grosso vantaggio.


 
Diaframma e otturatore alla base di tutto
  Il diaframma è un componente essenziale di ogni fotocamera. Composto da lamelle che si aprono e chiudono progressivamente, esso determina un procedimento ottico che influisce sulla nitidezza dell'immagine scattata, da cui deriva la profondità di campo.
Diaframma e otturatore sono due componenti essenziali e presenti in ogni fotocamera, sia essa di natura chimica o digitale. Il diaframma è un componente interno dell'obiettivo ed è direttamente responsabile della nitidezza davanti e dietro il soggetto, ovvero di quella che si definisce profondità di campo. Il suo ruolo è quindi assolutamente centrale: nonostante esistano programmi automatici che permettono all'utente di disinteressarsi del diaframma, in alcune situazioni (soprattutto quando si vogliono ottenere risultati artistici) potrebbe essere utile discostarsi, sebbene di poco, dalla situazione ottimale. Il diaframma è composto da diverse lamelle, la cui rotazione determina un restringimento progressivo del diametro dell'obiettivo e determina una maggiore nitidezza complessiva. D'altro canto non è nulla di fantascientifico, ma un semplice fenomeno ottico che si verifica anche nell'occhio umano, e che se viene usato correttamente può determinare scatti di grandissima qualità.
L'otturatore è invece quel piccolo meccanismo che determina il tempo di esposizione del sensore CCD alla luce, sia essa naturale o artificiale. La durata di questo fenomeno, ovvero l'apertura e chiusura, cosa importantissima poichè da essa dipende la qualità del risultato finale e soprattutto la sua luminosità. I primi otturatori erano rigorosamente meccanici, oggi pur trattandosi ancora di lamelle che si aprono e si chiudono con grande rapidità, e quindi di un meccanismo fisico sono tutti controllati elettronicamente e si azionano contestualmente alla pressione del pulsante di scatto. Gli otturatori sono di due tipi: centrale a lamelle, posto cioè al centro dell'obiettivo e formato da lamelle disposte circolarmente (che si aprono e chiudono allo scatto), e a tendina, posto subito sopra il CCD e composto da una piccola barriera di lamelle rettangolari che salgono e scendono molto rapidamente per far transitare la luce al momento dello scatto.
 
  L'otturatore è un altro componente indispensabile. La rapidissima apertura e chiusura dell'otturatore determina il tempo di esposizione del CCD alla luce, fenomeno da cui dipende direttamente la luminosità della foto (con possibili sotto/sovraesposizioni).



 
Autofocus, per la massima comodità
  Una manna dal cielo per i principianti: l'autofocus permette una messa a fuoco perfetta con la semplice pressione di un tasto. Nell'immagine, un esempio di corretto utilizzo di questa funzione.
Il nome dice tutto: visto che mettere perfettamente a fuoco un soggetto non sempre è un'operazione semplice, quasi tutte le macchine fotografiche digitali incorporano sofisticate tecnologie di messa a fuoco automatica. Ovviamente sui modelli professionali l'autofocus è disattivabile e si può procedere a una completa messa a punto manuale, regolandola tramite rotazione della ghiera. Ma per chi inizia e vuole una macchina compatta, l'autofocus è una manna dal cielo. Ne esistono due tipi: passivo, ovvero che agisce sulla base di una valutazione della luce che penetra nell'obiettivo, e attivo, che emette uno o più fasci luminosi (o infrarossi) per illuminare il soggetto e registrarne la distanza, procedendo poi alla messa a fuoco sulla base dei dati ottenuti. Quest'ultimo è il metodo più preciso e frequentemente utilizzato, poichè permette di ottenere risultati apprezzabili anche in condizioni di scarsa luminosità, laddove il metodo passivo non è convincente. Oggi, le tecnologie di autofocus sono molto sofisticate e permettono di ottenere brillanti risultati in ogni condizione: al fine di evitare che il soggetto si debba per forza trovare in posizione centrale, i più recenti sistemi autofocus emettono diversi fasci luminosi ed effettuano così una lettura molto più precisa e accurata. Nonostante le tecnologie autofocus siano ovviamente limitate, il progresso nel campo ha fatto sì che anche i professionisti si affidino sempre più frequentemente a questo automatismo, salvo poi disabilitarlo per gli scatti più estrosi ed artistici.


 
Mirino galileiano o reflex, ottico o digitale?
  La maggioranza delle fotocamere digitali usa un mirino di tipo galileiano, leggermente disassato rispetto all'obiettivo. Per questo motivo negli scatti ravvicinati è preferibile inquadrare tramite il monitor LCD.
Il mirino è il centro di controllo dell'intera fotocamera: il suo scopo principale è quello di permettere una corretta inquadratura, ma al suo interno il fotografo legge anche indicazioni importanti sulla messa a fuoco, sull'esposizione e sulla modalità di scatto, tante informazioni che gli permettono di realizzare una fotografia perfetta sotto ogni punto di vista.
Nonostante lo scopo sia lo stesso, i mirini non sono tutti uguali: la bipartizione più importante è tra ottici ed elettronici, ma la prima categoria si suddivide ulteriormente in ottiche di tipo galileiano e reflex. La prima distinzione è intuitiva: gli obiettivi ottici formano l'immagine tramite più o meno complessi giochi di lenti e specchi, mentre gli altri si affidano esclusivamente a circuiti elettronici. Tutte (o quasi) le fotocamere hanno un mirino ottico, mirino che ha il grosso vantaggio di essere preciso e non consumare energia: quello di tipo galileiano è il più semplice, non per niente è usato dalla maggioranza delle fotocamere in commercio, e inquadra ciò che gli sta di fronte, senza alcuna relazione - se non la vicinanza - con ciò che viene realmente inquadrato dall'obiettivo. La conseguenza è il cosiddetto errore di parallasse, consistente in una visibile differenza tra ciò che viene inquadrato dal mirino e ciò che viene effettivamente ripreso, soprattutto se lo scatto avviene a breve distanza. Tutte le macchine compatte ed economiche hanno un mirino di questo genere: al di sopra ci sono quelli di tipo reflex, anch'essi della categoria ottica ma molto più complessi. Attraverso un sofisticato gioco di lenti e specchi, essi riescono a inquadrare esattamente ciò che verrà ripreso, come se vedessero con gli occhi dell'obiettivo. Ovviamente la precisione è di molto superiore, e non ci si stupisce che quasi tutti i modelli professionali facciano parte di questa categoria.
Poi, ci sono i mirini elettronici, che hanno il grosso vantaggio di inquadrare ciò che vede l'obiettivo senza alcun errore di parallasse, ma anche lo svantaggio di consumare parecchia energia: non per niente si consiglia di spegnerli quando si usa il mirino ottico. Ce ne sono di due tipi: CRT, ovvero basati su tecnologia a tubo catodico in miniatura, generalmente in bianco e nero e scarsamente utilizzati sulle fotocamere (lo sono molto di più sulle videocamere) e a cristalli liquidi (LCD), sottilissimi, a colori e sufficientemente ampi da permettere il completo controllo della macchina oltre che un'inquadratura affidabile. Attenzione al consumo della batteria, però.


 
Batteria e autonomia, due cose da non sottovalutare
  La fotocamera consuma energia, ma con una serie di utili accorgimenti si può prolungare la vita della batteria per molto, molto tempo. Ovviamente si devono preferire batterie di tipo ricaricabile.
Come tutti gli apparecchi elettronici, anche le fotocamere hanno bisogno di una fonte di energia, di una batteria, per funzionare correttamente. Sotto questo profilo ci sono innumerevoli differenze tra una macchina e l'altra: alcune usano pile alcaline, il cui punto di forza è la diffusione e lo svantaggio il prezzo, altre usano quelle ricaricabili di tipo stilo, piuttosto costose alla fonte ma col grosso vantaggio di poter essere utilizzate innumerevoli volte, altre ancora sfruttano batterie dal design proprietario, che non si trovano in commercio e necessitano di un alimentatore proprio per la ricarica. Quest'ultimo è il caso più frequente per le macchine reflex prosumer e professionali, che assicurano buoni margini di autonomia operativa ma obbligano il fotografo a portarsi dietro l'alimentatore. Per le compatte la soluzione migliore è ovviamente quella delle pile stilo ricaricabili, reperibili ovunque e dall'autonomia più che proporzionata all'utilizzo medio del prodotto. Parlando sempre di autonomia ci sono ovviamente delle grosse differenze tra una macchina e l'altra, ma più di ogni altra cosa conta l'uso che se ne fa: innanzi tutto è utile spegnere la macchina se tra uno scatto e l'altro intercorre un po' di tempo (alcune macchine lo fanno autonomamente), ma inoltre si consiglia di usare il flash solo quando è necessario e di abilitare il mirino LCD solo se si ha la ferma intenzione di usarlo. Tra tutti i componenti e le operazioni possibili, è proprio il monitor LCD quello a consumare più energia. Si consiglia comunque di acquistare una batteria di ricambio e un caricabatterie portatile, magari un piccolo accumulatore da portare in cintura, indispensabile compagno di lavoro per i professionisti che sottopongono le loro macchine a ore e ore di lavoro intensivo.


 
Gli accessori, indispensabili compagni di viaggio
  Prima di partire per le vacanze, accertatevi di avere tutti gli accessori indispensabili. Tra questi, un comodo Hard Disk portatile con ingresso per tutte le più comuni carte di memoria, ideale per il backup della Card una volta piena.
Non si può partire per le vacanze senza una bella fotocamera, ma è decisamente meglio avere con sè anche tutti gli accessori che ne facilitano il funzionamento. Per prima cosa una bella custodia imbottita, che attutisca i possibili urti e contenga diverse tasche per ogni genere di accessorio ulteriore. Poi si consiglia di acquistare delle batterie di riserva e una carta di memoria aggiuntiva, alla quale si può però fare a meno acquistando una piccola macchina di backup con Hard Disk incorporato (come quella della foto). Questa, un piccolo box leggero e facilmente trasportabile, accetta in ingresso diversi tipi di carta di memoria e gestisce il trasferimento delle immagini dalla Card all'Hard Disk, con conseguente archiviazione delle immagini. Poi, la carta può essere cancellata e riutilizzata, certi di non aver perso nulla. Altri accessori da valutare con cura sono gli obiettivi aggiuntivi, in questo caso però un'esclusiva di professionisti e grandi appassionati (le macchine compatte non permettono la sostituzione manuale dell'ottica), ma anche eventuali custodie subacquee (le fotografie in mare sono sempre molto affascinanti) e cavalletti, questi ultimi, però, rigorosamente portatili.


 
  Quanto sarebbe bello immergere la macchina fotografica in acqua per riprendere le profondità marine... Bene, da oggi è possibile, basta acquistare l'apposita custodia subacquea per trasformare la fotocamera in un sofisticato oggetto elettronico "a prova d'immersione.



 
Capitolo 2 - Scattare con una fotocamera digitale
 
Fotografia digitale, anche per principianti
  Non importa che si tratti di una compatta o una reflex, tutte le fotocamere digitali offrono agli utenti diverse facilitazioni per ottenere un'immagine perfetta. La funzione di automatismo totale di esposizione ne è un esempio evidente...
La fotografia digitale ha molti vantaggi rispetto a quella chimica e uno dei più corposi è di essere veramente alla portata di tutti, anche di chi è totalmente digiuno di tecnica fotografica. E in più, una volta comprata la fotocamera e una carta di memoria, costa davvero pochissimo: ai principianti piace molto poter sbagliare gli scatti senza necessità di sprecare soldi in sviluppo e stampa. D'altro canto non si può pretendere che tutti seguano un corso di fotografia prima di fare un acquisto, per cui le macchine moderne soprattutto quelle compatte - mettono a disposizione dell'utente numerosi automatismi di scatto. Le fotocamere portatili hanno di solito una funzione di automatismo totale, che i vari produttori chiamano in modo diverso ma che alla fine differisce solo sotto il profilo terminologico. Con la funzione di automatismo totale attivata, il fotografo principiante si deve preoccupare solo ed esclusivamente dell'inquadratura, senza curarsi della sensibilità del sensore, del Flash (la macchina lo accende automaticamente in condizioni di bassa luminosità), dell'esposizione, della messa a fuoco e dell'impostazione di tempi e diaframmi. Le uniche opzioni che la macchina rimette alla discrezionalità del fotografo anche in modalità automatica sono la risoluzione di cattura (non si dimentichi che tutte le macchine supportano diverse modalità, non solo quella che sfrutta tutta la risoluzione del CCD) e la qualità di scatto, intesa come quantità di compressione applicata. La funzione di automatismo totale usa il Program per la regolazione di tempi e diaframmi, ma va oltre impostando autonomamente anche il flash e la sensibilità del CCD.
Insomma, una funzionalità ideale e indispensabile per gli utenti meno esperti, ma con un importante limite: non sempre le macchine compatte permettono il passaggio alla modalità manuale per tutti i parametri di scatto, e questo può infastidire il fotografo esperto. Ma d'altro canto è molto difficile che quest'ultimo, sia esso un grande appassionato o un professionista, si accontenti di una fotocamera compatta, preferendo solitamente modelli reflex più complessi ed evoluti, che ovviamente permettano un completo controllo manuale di tutti i parametri di scatto.


 
Program, elettronica al servizio della semplicità
Quando si parla di automatismi nelle fotocamere digitali compatte, si parla del Program. Questo è il sistema con cui la macchina regola in totale autonomia i parametri più importanti per una buona riuscita dello scatto, ovvero l'apertura del diaframma e il tempo di posa. Il Program è il modo di esposizione standard delle fotocamere digitali, un sistema completamente elettronico: la macchina considera accuratamente le condizioni in cui avviene lo scatto (i dati vengono forniti dall'esposimetro) e si regola di conseguenza, cercando di ottenere valori di tempo di posa e diaframma che garantiscano sempre un'esposizione corretta. Il costante sviluppo tecnologico ha fatto sì che gli automatismi delle fotocamere assicurino scatti correttamente esposti per un valore prossimo al 100% dei casi. Per andare più nel dettaglio, bisogna dire che il Program lavora sulla base delle caratteristiche concrete della macchina: la focale, il flash, la sensibilità e altro ancora. Se le condizioni di luce sono scarse, la macchina aumenta il tempo di posa e l'apertura del diaframma fino a un punto limite in cui, per scongiurare il rischio di foto mosse, mantiene stabile il tempo di posa e riduce un po' la profondità di campo. Ovviamente in caso di luce molto forte, la situazione è l'esatto inverso: la macchina riduce i tempi di posa e chiude poco per volta il diaframma, fino ad un punto in cui l'eccessiva luce impedisce un'esposizione corretta. Ma questo viene prontamente segnalato dalla macchina all'utente, onde evitare spiacevoli sorprese.


 
Automatismo a priorità di tempi e di diaframma
  Usando la modalità automatica a priorità di tempi è possibile impostare manualmente i tempi dell'otturatore, lasciando alla macchina la regolazione del diaframma. Nel caso in figura, si è scelto un tempo molto rapido per fermare il movimento. Il risultato è brillante.
Le modalità automatiche a priorità di tempi e di diaframma consentono al fotografo di avere un controllo maggiore sulle impostazioni di scatto, lavorando in una sorta di modalità semi automatica. Utilizzare una modalità automatica a priorità di tempi fa sì che il fotografo possa intervenire sulla scala dei tempi dell'otturatore, lasciando alla macchina la regolazione dell'apertura del diaframma. Il computer della macchina regola quest'ultimo parametro sulla base dell'impostazione manuale del primo: il diaframma viene aperto per tempi brevi e progressivamente chiuso per tempi più lunghi. Si tratta della scelta ideale per fotografare soggetti in movimento, visto che in questo modo è molto difficile che risultino mossi, ma sempre se lilluminazione è sufficiente.
L'altra modalità, speculare alla prima, è l'automatismo a priorità di diaframma, tramite il quale l'utente regola a mano l'apertura del diaframma e lascia alla fotocamera il compito di valutare il migliore tempo di posa. Anche in questo caso l'impostazione automatica della macchina è ovviamente una conseguenza della scelta del fotografo. Questa modalità è inadatta allo scatto di soggetti in movimento, che risulterebbero irrimediabilmente mossi, ma viene spesso usato per immortalare soggetti statici come paesaggi e ritratti.


 
  La modalità automatica a priorità di diaframma permette all'utente di regolare l'apertura di quest'ultimo, lasciando alla macchina la scelta del tempo di esposizione. Nell'immagine si è scelto un diaframma molto chiuso per avere ottima profondità di campo. Si notino i dettagli in primo piano e sugli sfondi: sono tutti perfettamente a fuoco.



 
Esposizione manuale, anche una questione di costo
  Chi ha detto che in una fotocamera digitale deve essere tutto sempre automatico? Le macchine più evolute permettono un controllo manuale di tutti i più importanti parametri di scatto. Certo, è più difficile, ma il risultato vale la fatica...
Qui la differenza tra una macchina tradizionale e una digitale è enorme. Non dal punto di vista tecnico, anzi qui non c'è alcuna differenza, bensì per quanto riguarda i costi. Certo, perchè lasciare la massima libertà all'utente nella scelta del tempo di posa e dell'apertura del diaframma significa incrementare enormemente la possibilità di errore, che in una macchina chimica equivale comunque ad una spesa. Lo stesso non accade, fortunatamente, in una macchina digitale: se si sbaglia si cancella e ci si riprova fino a ottenere il risultato voluto. La modalità di esposizione manuale è quella più attraente per il fotografo professionista ma anche quella evitata accuratamente dal principiante, che preferisce ottenere tutto e subito con un programma automatico. Da notare che comunque la macchina interviene costantemente, ma solo a titolo informativo: ci sono i valori suggeriti dall'esposimetro, ma all'utente è data facoltà di disinteressarsene effettuando regolazioni che non ne tengano conto. Solitamente quando l'utente si discosta in modo marcato dal valore suggerito, la macchina lo avvisa con una spia lampeggiante, ma il fatto di seguire o meno le indicazioni fornite rimane sempre una facoltà e non un obbligo. Infine, da segnalare che la modalità manuale è ovviamente obbligata quando si intende usare un flash esterno.


 
Programmi dedicati, per tutti i gusti
  Se in questo caso non si fosse usato il programma panorama sarebbe stato tutto molto più difficile. Così, basta un'impostazione corretta, uno scatto e la bontà del risultato è sotto gli occhi di tutti.
Altra importante caratteristica che accomuna la stragrande maggioranza delle fotocamere digitali in commercio è la disponibilità di alcuni Programmi dedicati che il fotografo usa in certe e specifiche condizioni di ripresa. Per intenderci, quelle modalità ben note agli utenti che vanno sotto i nomi di Ritratto, Sport, Macro ecc, sono tutti programmi dedicati. Il loro funzionamento è piuttosto semplice: ci sono alcune specifiche situazioni in cui il Program potrebbe determinare immagini non allineate con i desideri del fotografo. D'altro canto in questi casi non è possibile imporre una modifica manuale dei tempi di posa e dell'apertura del diaframma, poichè la stragrande maggioranza degli utenti non avrebbe le conoscenze adeguate per poterlo eseguire con successo. Allora i produttori hanno escogitato e messo subito in pratica lo stratagemma dei programmi dedicati, che variano leggermente gli schemi di funzionamento del program generico per adattarsi a specifiche condizioni di scatto. Tra i molti programmi disponibili c'è sicuramente il macro, che sfrutta la massima chiusura possibile del diaframma, oppure quello per i ritratti (portrait), che cerca di mantenere sempre a fuoco il soggetto in primo piano sfocando lo sfondo, oppure ancora quello per le riprese sportive, che si basa su tempi di posa molto brevi al fine di evitare sfocature sui soggetti in primo piano. Da notare, infine, che i programmi dedicati possono agire per via digitale - anche sulla nitidezza dell'immagine: un ritratto dovrà avere un tratto piuttosto morbido, mentre una fotografia estremamente ravvicinata sarà molto migliore se avrà tutti i dettagli in bella evidenza. In quest'ultimo caso, l'applicazione di una maschera di contrasto potrà favorire il raggiungimento del risultato.


 
Bilanciamento del bianco e temperatura colore
  Il bilanciamento del bianco è un'operazione possibile solo con le fotocamere digitali e permette di bilanciare le componenti cromatiche della luce, al fine di eliminare dominanti indesiderate. Le due immagini sono esempi eloquenti.
Ecco un'operazione possibile solo con le fotocamere digitali: il bilanciamento del bianco. La necessità di bilanciare il bianco trae origine dal fatto che molto spesso la luce contiene una forte carica cromatica che inevitabilmente viene a condizionare la resa delle fotografie. Ciò è vero soprattutto se si scatta in condizioni di luce artificiale: le lampadine normali hanno una forte dominante gialla, che magari siamo abituati a trascurare, ma quando ciò si tramuta in una fotografia, la patina giallastra che ne risulta è tale da renderle ingiustamente vissute. Con una macchina chimica non c'è nulla di immediato da fare, visto che queste non sono in grado di eliminare la dominante durante la fase di scatto: c'è bisogno di una pellicola particolare o di una filtratura per eliminare il difetto.
Le macchine fotografiche digitali sono decisamente più evolute e possiedono una funzione di bilanciamento automatico del bianco che serve proprio ad eliminare le dominanti di colore della luce. Se il sistema di bilanciamento è fisso, esso è generalmente impostato su una temperatura di colore di 5500 K, ovvero un valore standard per la luce media (naturale) del giorno. Se le condizioni concrete in cui avviene lo scatto determinano uno scarto nella temperatura cromatica, la dominante sarà visibile nella foto: per questo motivo è consigliabile usare un bilanciamento fisso solo quando si scatta in condizioni di luce naturale abbastanza intensa, durante le ore centrali della giornata. Negli altri casi, un bilanciamento automatico del bianco è preferibile: la macchina esamina i valori della luce che colpiscono il CCD, eliminandone le componenti cromatiche che si discostano (al di sopra o al di sotto) dai 5500 K. Ovviamente molti modelli di fotocamere avanzate permettono anche la possibilità di bilanciare il bianco manualmente.


 
Ripresa in sequenza, tasselli di un mosaico
  Operazione molto amata dai fotografi professionisti, la ripresa in sequenza è ideale per chi vuole cogliere l'attimo riducendo al minimo la possibilità di errore. Attenzione alla memoria buffer...
Scattare immagini in sequenza è un'operazione utile in svariate occasioni, soprattutto quando si vuole immortalare l'attimo cogliendo il momento più importante di una scena in movimento. Operazione importante al punto tale che la stragrande maggioranza della fotocamere chimiche la incorpora, e ora anche le digitali. D'altro canto, una macchina digitale ha più ostacoli che la frappongono da una buona ripresa in sequenza: il peso delle immagini (soprattutto se scattate a piena risoluzione del CCD) e, soprattutto, la rapidità di trasferimento dei dati dal CCD alla carta di memoria. Quest'ultimo è il vero e proprio collo di bottiglia: nonostante un aumento considerevole nelle prestazioni, le carte di memoria odierne non possono essere rapide come una memoria Flash integrata. Come fare per risolvere la questione? Semplice: usare una memoria tampone (buffer) velocissima nella quale registrare temporaneamente le immagini scattate, da trasferire in un secondo momento nella carta di memoria. La rapidità, e soprattutto la dimensione della memoria buffer, sono quindi i fattori determinanti per una buona ripresa in sequenza, soprattutto se a piena risoluzione. Visto che le immagini pesano in maniera direttamente proporzionale alla risoluzione, è sempre possibile ridurla per aumentare le prestazioni (velocità) della macchina negli scatti sequenziali, ferma restando la necessità di una memoria buffer più ampia possibile. La capacità della Carta di memoria non è più un problema, quanto meno se si opta per un modello recente, da 256 MB fino a 4 GB di capienza.


 
Più o meno esposti: il bracketing
  Il bracketing consiste in scattare una serie di immagini di un soggetto statico variando l'esposizione. Come si può notare le immagini sono, da sinistra verso destra, sovraesposta, normale e sottoesposta.
Dietro un termine tecnico come bracketing si nasconde un concetto tutto sommato semplice: un serie di immagini (generalmente sul medesimo soggetto) scattate modificando i valori di esposizione da una all'altra. Il bracketing presuppone quindi uno scatto ai valori di esposizione suggeriti dalla macchina affiancato da fotografie sotto e sovraesposte, al fine di ottenere almeno un'immagine apprezzabile nonostante le difficoltà nelle condizioni di scatto. Il bracketing viene generalmente realizzato per via manuale, ma alcuni modelli particolarmente evoluti permettono di realizzarlo anche in modo del tutto automatico e trasparente per il fotografo, come se fosse una normale sequenza di fotogrammi. Quando si usa l'automatismo, al fotografo è data facoltà di scegliere lo scarto di esposizione tra i vari scatti.


 
Macro, per non perdere neanche un dettaglio
  Quando si vuole fotografare un soggetto estremamente vicino (fino a pochi centimetri), la funzione macro è un preciso obbligo. Attenzione a non muovere la macchina, però...
Non c'è bisogno di molta esperienza fotografica per sapere cosa è la funzione macro, ma ce ne vuole di più per realizzare scatti precisi e di buona qualità con tale funzione attivata. La Macro identifica la possibilità della fotocamera di scattare da distanza notevolmente ravvicinata, in alcuni casi fino a una manciata di centimetri, perdendo conseguentemente la possibilità di inquadrare soggetti distanti. La macro si esegue, nelle fotocamere in cui ciò è possibile (le macchine entry level non lo supportano), per via ottica, ovvero mediante un millimetrico spostamento delle lenti interne che rende l'obiettivo inadatto a inquadrare soggetti distanti. Nonostante sembri semplice, realizzare scatti di qualità in macro non è facilissimo: innanzi tutto la profondità di campo è estremamente limitata, e questo rende ben più visibili (e talvolta fastidiose) le conseguenze di qualche movimento involontario durante lo scatto, ma bisogna anche dire che il diaframma praticamente chiuso comporta consistenti tempi di posa, con ulteriore aumento del rischio di foto mosse e poco attraenti. Inoltre, se si usa una macchina compatta bisogna ricordarsi di inquadrare il soggetto con il display LCD e non con il mirino ottico: trattandosi di una macchina non reflex, l'errore di parallasse da distanza ravvicinata può letteralmente rovinare lo scatto. Quindi, o reflex o monitor LCD, a voi la scelta...


 
Panorama, il fascino dell'orizzonte
  Per immortalare il fascino dell'orizzonte, la funzione panorama è ideale. Senza contare che l'immagine che ne deriva pesa sensibilmente di meno di una foto completa: cosa volere di più?
Guardando un suggestivo panorama, chi non ha avuto l'istinto di realizzare una foto lunga e stretta, come quelle cartoline fuori standard che raffigurano la linea dell'orizzonte di una catena montuosa? Nonostante la fotografia digitale abbia dimensioni fisse (1.600 x 1.200, 2.560 x 1.920) e ben lontane dal concetto di orizzonte, la funzione Panorama ci viene incontro. Essa permette di realizzare immagini lunghissime e strette, oppure alte e basse a seconda delle specifiche esigenze (basta ruotare la macchina per ottenere il risultato secondario). Mentre nella fotografia chimica ciò si otteneva mediante una sorta di mascheramento della pellicola, nel mondo digitale il risultato è veramente dietro l'angolo: per ottenere foto lunghe e basse (o alte e strette a seconda delle necessità), basta semplicemente non registrare nulla nell'area bassa e in quella alta del CCD, registrando solo una striscia al centro. Insomma, le immagini scattate in modalità panorama sfruttano solo una parte del sensore, rigorosamente in senso orizzontale e al centro.
Il fatto di usare una sola parte del sensore non è mai un buon indizio se si ragiona in termini di pura qualità: le immagini scattate in modalità panorama hanno la medesima risoluzione delle immagini complete sul lato lungo, ma non su quello corto, laddove è circa dimezzata. L'aspetto positivo è il consumo di memoria, con conseguente peso dell'immagine sulla Memory Card: il fatto di usare solo una parte del CCD, ovvero l'essere dotata di un minor numero di pixel rispetto alla foto completa, rende l'immagine panoramica meno definita ma anche più leggera, con importanti e positive - conseguenze sul numero massimo di foto che possono risiedere nella carta di memoria installata.




 
Capitolo 3 - Come fare fotografie migliori
 
La migliore inquadratura, alla base di tutto
  Per ottenere una foto interessante, una corretta inquadratura è assolutamente indispensabile. E il soggetto, se possibile, non posizionatelo al centro ma leggermente spostato. In questo modo diventa più attraente...
La fotografia è una forma darte, un modo per rappresentare in forma tangibile una fetta di realtà. Ma affinchè una foto sia ben fatta, susciti quindi interesse e anche emozioni, una buona inquadratura è assolutamente indispensabile: si discute da anni e anni sui pregi di una buona inquadratura e sui trucchi per realizzarla, ma alla fine la realtà testimonia che non c'è una regola fissa, bensì una serie di piccoli accorgimenti. L'obiettivo è comunque sempre lo stesso: equilibrio, inteso come disposizione armoniosa, ordinata e affascinante degli elementi che compongono il quadro visivo.
Il soggetto principale ha un compito di grande responsabilità, deve colpire l'attenzione, e sta tutto alla bravura del fotografo far sì che lo scopo venga raggiunto: innanzi tutto bisogna avvalersi della regola dei terzi, ovvero posizionare il soggetto principale non al centro del quadro ma leggermente defilato, più precisamente in prossimità del punto dintersezione dei 9 rettangoli che compongono il quadro. Bisogna quindi dividere sia il lato lungo che quello corto in tre parti, creando una suddivisione virtuale in nove rettangoli: i punti dove questi si incontrano rappresentano senza dubbio il migliore posizionamento del soggetto principale. Il cervello umano tende infatti a concentrarsi su soggetti posti in posizione leggermente decentrata: questo non significa che l'inquadratura di un soggetto centrale sia sbagliata, ma semplicemente che l'immagine sarà meno attraente e accattivante di quanto potrebbe essere.
Stesso discorso per la disposizione dei soggetti: visto che il cervello umano si concentra su una cosa alla volta, sistemare troppi soggetti nella stessa foto rende l'immagine abbastanza confusa e priva dinteresse. Meglio concentrarsi su poche cose, essenziali, nella certezza che l'attenzione dello spettatore cada proprio su queste.
Molto importante è, inoltre, la scelta dello scatto orizzontale o verticale, che dipende molto dal soggetto ritratto ma anche dall'obiettivo che il fotografo persegue con quello scatto: l'immagine orizzontale, che ricrea il campo visivo dell'occhio umano, dà un senso di calma e di spazio aperto, mentre la ripresa verticale è più dinamica, in alcune circostanze leggermente claustrofobica.
Poi, un po' di spazio ad alcuni interessanti accorgimenti: quando c'è movimento, o uno sguardo del soggetto, è necessario lasciare spazio libero proprio dalla parte verso cui questo si rivolge. Lo sguardo dello spettatore tende a seguire il movimento suggerito dalla foto, ma se questa è troncata lì vicino, il senso di incompiutezza è avvertibile.
Altro interessante accorgimento riguarda i primi piani: a parte il consiglio di seguire sempre la regola dei terzi, si potrebbe anche decidere di non far rientrare completamente il soggetto nel quadro, ma di inquadrarne solo una parte in posizione decentrata. In questo modo si dà maggiore attenzione ai particolari, soffermandosi esattamente su ciò che il fotografo ha voluto porre in evidenza. Attenzione, infine, al mirino: se si usa una fotocamera compatta, quindi non reflex, bisogna stare molto attenti alle fotografie ravvicinate, nel cui caso è praticamente obbligatorio inquadrare tramite monitor LCD. Il mirino ottico, di tipo galileiano, causa dalla breve distanza un errore di parallasse troppo evidente per poter essere trascurato.


 
I segreti della luce
  Il fotografo professionista sa bene che la luce è uno dei fattori più importanti (se non il più importante) da considerare quando si prepara uno scatto. Ma con qualche piccolo accorgimento, anche chi è alle prime armi può sfruttarla a proprio vantaggio...
Luci e ombre, segreti di una buona fotografia. Affinchè l'immagine scattata sia attraente, bella da vedere e interessante, è necessario che la luce sia gestita al meglio, cioè è indispensabile che il fotografo riesca a sfruttare a proprio vantaggio ogni tipo di illuminazione, naturale o artificiale che sia. Ovviamente ci stiamo riferendo a un fotografo appassionato, non al grande professionista che, entro certi limiti, può ricreare in studio le migliori condizioni di luce per ogni scatto: l'appassionato non ha la possibilità di creare la luce giusta, ma può adoperarsi per sfruttare nel migliore dei modi ciò di cui dispone, portandolo a proprio esclusivo vantaggio. Per comprendere l'importanza della luce negli scatti fotografici, bisogna considerare che spesso i professionisti trascorrono più tempo a preparare le luci che per lo scatto vero e proprio, perchè dalle condizioni di illuminazione del soggetto dipende larga parte della qualità del risultato finale.
Per prima cosa bisogna considerare che la luce ha cinque caratteristiche: direzione, colore, uniformità, contrasto e qualità, dalle quali dipendono non solo il concetto generico di illuminazione, ma anche di conseguenza le scelte del fotografo.
Come sfruttare al meglio la luce? Se questa è molto intensa e concentrata in un solo punto, i chiaroscuri sono intensi e la tridimensionalità marcata, ma si rischia anche di bruciare qualche dettaglio, magari visibile a occhio nudo ma cancellato in fotografia. Al contrario, la luce soffusa non crea problemi di bruciature o taglio di dettagli, ma genera un'immagine piuttosto piatta e non troppo attraente. Altra cosa importante da considerare è la direzione della luce, spostando il soggetto o spostandosi per ottenere i risultati migliori. La luce laterale esalta la tridimensionalità del soggetto, mentre quella frontale l'appiattisce: l'esempio evidente è quello del flash. Se la luce proviene da dietro il soggetto (controluce), l'effetto è quello di esasperare i contorni tagliando larga parte del dettaglio, mentre la luce dal basso (caso piuttosto infrequente) crea una situazione che molti fotografi definiscono drammatica, sicuramente innaturale ma anche affascinante, ideale per uno scatto artistico. Poi, per giocare bene con la luce bisogna considerare almeno altri due fattori: innanzi tutto che l'occhio umano è più sensibile di una macchina fotografica, per cui riesce a scorgere dettagli che questa potrebbe azzerare, ma anche che l'uniformità della luce è direttamente proporzionale alla sua distanza dal soggetto inquadrato. Per quanto riguarda il primo punto, il suggerimento è quello di evitare contrasti troppo forti, magari allontanando il soggetto dalla fonte luminosa, mentre la seconda regola insegna che per avere foto uniformi è più che consigliabile scattare alla luce del sole. Poi, un altro paio di consigli: evitate di mettere la vostra ombra nella foto che scattate e fate molta attenzione ai controluce; possono essere molto attraenti e particolarmente artistici, ma solo se c'è un soggetto riconoscibile e compatto. In tutti gli altri casi, il rischio dell'effetto macchia è assolutamente fondato.


 
Le leggi dell'esposizione
  Affinchè lo scatto sia perfetto, quanto meno in relazione alle intenzioni del fotografo, il tempo di esposizione e l'apertura del diaframma assumono importanza centrale. Nell'immagine, un tipico effetto da soggetto fermo e fondo in movimento che si ottiene impostando correttamente il tempo di posa e l'apertura del diaframma.
Un buon fotografo, o un appassionato esigente, deve essere in grado di regolare autonomamente i più importanti parametri di scatto. Tra questi, i due principali sono il tempo di posa (o di esposizione) e l'apertura del diaframma, congiuntamente responsabili della quantità di luce che, transitando lungo l'ottica della macchina, giunge sul sensore. Il tempo di posa è un concetto definibile in modo piuttosto semplice: è la quantità di tempo durante il quale l'otturatore rimane aperto, facendo transitare la luce dall'esterno fino al CCD. E' ovvio che più rimane aperto l'otturatore, più luce passa, più la fotografia risulterà chiara. Per ottenere l'esposizione corretta, evitando quindi i fenomeni della sottoesposizione e della sovraesposizione, ci si può sempre affidare agli automatismi della fotocamera (program), ma l'utente più evoluto potrebbe ritenerli non soddisfacenti oppure, caso più frequente, potrebbe volere un'esposizione scorretta per particolari effetti artistici. Bisogna infatti ricordare che in ogni situazione di illuminazione non esiste una ed una sola impostazione dei parametri di scatto: se è vero che dal tempo di esposizione e dall'apertura del diaframma dipendono la luminosità dell'immagine, la tridimensionalità, l'effetto mosso e la profondità di campo, sta ovviamente alla sensibilità del fotografo trovare una combinazione adeguata, ma soprattutto una che determini il risultato voluto anche se questo si discosta dai canoni di perfezione e naturalezza imposti dagli automatismi della macchina.
Nella scelta del tempo di posa bisogna ovviamente considerare le condizioni di luce in cui avviene lo scatto: di notte sono consigliabili tempi lunghi, di giorno bisogna impostare tempi brevi per evitare una sovraesposizione con conseguente effetto bruciato. Da notare, inoltre, che tempi lunghi aumentano la possibilità di effetto mosso, che in alcuni casi è un difetto bello e buono, in altri un effetto voluto.
L'apertura del diaframma è un altro parametro cruciale sotto questo profilo: esso modula la larghezza del foro del diaframma e incide anch'esso sulla quantità di luce che tocca il CCD. Ma la sua apertura non incide solo sull'esposizione, bensì anche sulla nitidezza e sulla profondità di campo: è un effetto molto simile a quello dell'occhio umano, per cui più il diaframma è chiuso è maggiore è la nitidezza complessiva, mentre un diaframma più aperto rende nitido solo il piano di messa a fuoco. Ovviamente ciò influenza direttamente la profondità di campo, maggiore quando sono a fuoco sia il soggetto in primo piano che lo sfondo, ovvero quando il diaframma è solo moderatamente aperto.


 
Come usare ottiche e focali
  L'ottica è un componente essenziale della fotocamera digitale, da cui dipende larga parte della qualità dello scatto. Le macchine migliori supportano ottiche intercambiabili.
Insieme al CCD, l'ottica è il cuore pulsante di ogni fotocamera, chimica o digitale che sia. Per questo motivo un CCD particolarmente evoluto, magari uno da milioni e milioni di pixel, non può determinare risultati apprezzabili se non è supportato da un gruppo ottico all'altezza della situazione. Nelle macchine consumer, specialmente quelle compatte, bisogna prestare particolare attenzione alla qualità dell'ottica, visto che non è possibile sostituirla, mentre i modelli di livello superiore, generalmente le reflex di livello prosumer e professionale, supportano ottiche intercambiabili per assecondare le diverse esigenze del fotografo. Il principale fattore che condiziona il gruppo ottico è l'angolo di ripresa: ci sono gli obiettivi normali, quelli grandangolari per riprese con campo visivo ampio e i teleobiettivi con elevate capacità di ingrandimento. In ogni caso, l'angolo di ripresa è dato dalla distanza focale (35 mm, 135 mm): più è basso questo valore, più aumenta l'angolo di ripresa.
La stragrande maggioranza delle ottiche moderne sono zoom, cioè permettono di ottenere eccezionali livelli di ingrandimento modificando proprio la distanza focale: da discrete capacità grandangolari (35 mm), le più recenti macchine compatte riescono a ottenere buoni fattori d'ingrandimento senza sacrificare la qualità dimmagine, come invece accade con gli zoom digitali. Per un corretto uso dell'ottica bisogna considerare che i grandangoli (focali sotto i 35 mm) ben si prestano alla ripresa di vasti paesaggi, monumenti, orizzonti e ambienti domestici, ma tutto da una certa distanza. Inoltre, al di sotto di una certa focale si ottiene una vera e propria distorsione dell'immagine sui lati, mentre è del tutto sconsigliato l'utilizzo del grandangolo per i ritratti.
Discorso analogo, ma ovviamente di segno opposto, per i teleobiettivi: il grosso vantaggio è quello di riuscire a riprendere soggetti a grande distanza, ma con l'ovvia conseguenza di restringere progressivamente il campo visivo e quindi l'angolo di ripresa. Inoltre, il teleobiettivo schiaccia i piani, ovvero avvicina sensibilmente il primo piano ai fondali, mentre il grandangolo offre l'effetto esattamente opposto. La differenza in termini di prospettiva è enorme: da un soggetto immerso in un ambiente ambio e spazioso, del quale egli non è che una piccola parte, si passa a immagini in cui il soggetto a fuoco è immerso in un fondale ristretto e sfocato, molto vicino, talvolta quasi opprimente. Tutto sta, come sempre, alle scelte artistiche del fotografo


 
I ritratti, anima delle persone
  Se il ritratto viene bene, è una delle fotografie più belle in assoluto. Ma attenzione a una cosa: a meno che non si stia fotografando un attore professionista, le foto più belle sono quelle spontanee, magari scattate a una certa distanza dal soggetto.
Su una cosa non ci sono dubbi: i ritratti sono tra le fotografie più belle in assoluto, sono il ricordo di momenti e persone care, sono piccole opere darte a portata di click. Ma come fare a ottenere immagini attraenti, equilibrate, dai colori vivi e intensi e con buoni ma non eccessivi contrasti? Ovviamente stiamo parlando di fotografia amatoriale: bisogna usare la luce che c'è e accontentarsi dell'ambiente in cui ci si trova, ma ciò nonostante alcuni accorgimenti possono produrre risultati brillanti. Innanzi tutto è molto meglio una fotografia spontanea di una posata, visto che il soggetto difficilmente è un attore professionista e risulterebbe quasi certamente innaturale, ma è anche del tutto inutile soffermarsi sul panorama, sullo sfondo perdendo di vista le cose importanti, soprattutto occhi e viso. Sempre sotto questo profilo, bisogna fare attenzione a non mescolare soggetto e sfondo e a non scattare quando il soggetto ha gli occhi chiusi (basta un semplice trucco, scattare subito dopo il battito delle ciglia): ideale è usare un teleobiettivo, che permette la ripresa a distanza con conseguente posa spontanea, mentre bisogna usare con assoluta parsimonia il flash, che appiattisce i soggetti. Poi, un'ulteriore considerazione: il fotografo ritrattista deve preferire diaframmi aperti, che permettono tempi di esposizione più brevi ed evitano di conseguenza lo sgradevolissimo (almeno in questo caso) effetto mosso.


 
Come fare buoni panorami
  I panorami, soprattutto quelli notturni, sono tra le fotografie più belle in assoluto. Attenzione però a impostare tempi lunghi di posa e a disattivare il flash, del tutto inutile allo scopo.
E' vero che fotografare una persona scolpisce momenti importanti di vita e rende immortale il ricordo, ma non bisogna sottovalutare l'importanza e il fascino dei panorami. Rispetto ai ritratti hanno un minor valore affettivo, ma sono comunque in grado di immortalare esperienze indimenticabili e paesaggi affascinanti, trasformandoli in tante piccole opere darte. La cosa curiosa è che fotografare un panorama è tutt'altro che difficile, ma se si vogliono raggiungere risultati di elevata caratura artistica, un po' di pratica e un corretto setup della macchina sono indispensabili. Per prima cosa, attenti all'inquadratura: il soggetto non si muove, ma la decisione di cosa far rientrare e cosa togliere dal quadro spetta al fotografo. Allora si ricordi la regola dei terzi: è meglio posizionare il soggetto principale in posizione leggermente decentrata, concentrandosi sui soggetti secondari. Poi è necessario regolare correttamente la lunghezza focale: meglio ovviamente un'ottica grandangolare, ma anche un teleobiettivo può essere utile in certe occasioni (come un tramonto in città) soprattutto per la sua naturale capacità di schiacciare i piani.
Se l'obiettivo del fotografo e quello di ottenere tutto e subito, si può far affidamento su un programma automatico presente nella stragrande maggioranza delle fotocamere e chiamato, appunto, panorama: ma l'utente esperto preferisce l'impostazione manuale, generalmente con tempi di posa lunghi e diaframmi chiusi per la massima nitidezza. D'altro canto il soggetto non si muove e le impostazioni possono essere modificate manualmente con estrema calma.
Splendidi, poi, sono i panorami notturni, tra l'altro semplici da realizzare: le uniche due accortezze sono di disinserire il flash (che illumina solo a breve distanza) e impostare tempi di posa lunghi, necessari a catturare più luce possibile. L'effetto mosso è dietro l'angolo, per cui si consiglia l'utilizzo di un cavalletto.
Ma se parliamo di scatti alla luce del sole, quali sono le ore migliori? Nonostante sembri una contraddizione, le ore centrali del giorno sono sconsigliate: la luce intensa del sole potrebbe causare contrasti troppo forti e tagliare dettagli sulle basse luci, generando un risultato abbastanza approssimativo. Meglio, molto meglio, sfruttare la luce dell'alba o del tramonto.


 
Fotorestauro, nuova vita ai ricordi
  Uno scanner di buona qualità, un bel programma di fotoritocco e un tocco artistico sono sufficienti a ridare nuova vita ai ricordi del passato. Anche a quelli più lontani...
Chi non ha in casa fotografie risalenti a un'epoca lontana, magari intaccate dal tempo trascorso e da una gestione tutt'altro che impeccabile? Bene, fino a ieri riportarle a nuova vita era un'operazione esclusiva di affermati professionisti, oggi tutti ce la possono fare: bastano un po' di pratica e i software giusti per preservare la memoria di un tempo lontano e metterla al riparo dagli effetti del tempo.
I difetti delle fotografie datate sono diversi: innanzi tutto il degradamento dell'emulsione che determina un immediato appiattimento dei piani e una riduzione della tridimensionalità. Poi ci sono tutti i possibili difetti fisici conseguenza diretta di una cattiva conservazione: da piccoli puntini bianchi ad avvertibili graffi fino a solchi profondi che intaccano non solo la qualità della foto, ma anche il ricordo ad essa connesso. Eppure, riparare questi difetti non è così difficile: per prima cosa bisogna fare una scansione di ottima qualità dell'originale, meglio se a colori anche con originali in bianco e nero (le foto vecchie hanno componenti cromatiche che è giusto preservare per dare l'idea di vissuto). Poi l'immagine digitale che ne deriva deve essere sottoposta a un preciso trattamento mediante un programma di fotoritocco: per far sì che il ripristino dei contrasti sia semplice e immediato, il programma solitamente dispone di filtri ad hoc (come la maschera di contrasto), mentre si richiede maggiore pratica per l'eliminazione dei difetti fisici. In questo caso la soluzione migliore è quella del timbro clone, che permette appunto di clonare e sovrapporre parti dell'immagine sana sulle porzioni rovinate. Il recupero di stampe graffiate, o addirittura strappate, è veramente alla portata di tutti: il lavoro è corposo, ma il risultato può essere proprio brillante.


 
Fotoritocco e fotomontaggio, nessun limite alla fantasia
  Al giorno d'oggi, il fotomontaggio è alla portata di tutti, basta un po' di esperienza, fantasia e gli strumenti giusti. I risultati possono essere... rivoluzionari.
Se è vero che con un po' di esperienza le competenze fotografiche migliorano, è anche possibile che, nonostante gli sforzi, la foto non venga come si vuole. Un po' per inesperienza, un po' per mancanza delle condizioni necessarie: il motivo poco importa, visto che è sempre possibile ottenere il risultato in un secondo momento usando un programma di fotoritocco. Visto che l'immagine è digitale all'origine, non c'è bisogno di alcuna scansione: basta trasferire il file dalla macchina al PC e avviare il programma di fotoritocco per essere trasportati direttamente nel magico mondo della post produzione digitale.
Oggi, con un programma del genere si può fare veramente di tutto: per prima cosa le operazioni più semplici, ovvero un aumento di contrasto, luminosità o l'eliminazione di qualche fastidiosa dominante cromatica, ma anche lavori ben più complessi che rappresentano un vero e proprio fotomontaggio. Certo, perchè i più recenti programmi ad hoc soprattutto quelli di livello professionale, come Adobe Photoshop -, danno al fotografo la massima libertà operativa: dopo aver regolato i parametri dimmagine per renderla proprio come il fotografo la voleva, si può procedere allapposizione di filtri particolari, volti a dare un ulteriore tocco artistico alla fotografia. Si possono aggiungere punti luce, schiarire solo una parte dimmagine, creare ombre inesistenti nella realtà e intervenire modificando manualmente ogni particolare, ogni dettaglio. Si possono eliminare le rughe dal viso delle persone, aggiungere dettagli che non cerano, addirittura estrapolare i soggetti e inserirli in ambienti nuovi e assolutamente suggestivi. Insomma, non ci sono limiti, per quanto si debba comunque dire che le operazioni più complesse richiedono parecchia pratica per essere portate a termine con successo. Poi, bisogna dire che non tutti i programmi di fotoritocco sono uguali: gli entry level sono ricchissimi di funzioni automatiche e non richiedono alcuna competenza particolare per essere sfruttati al massimo, ma ovviamente si fermano laddove le operazioni di fotomontaggio assumono un carattere chiaramente professionale. Per questi scopi, bisogna rivolgersi a un programma di livello superiore, generalmente costoso ma perfetto per le esigenze dei fotografi professionisti. L'unico limite è la fantasia
 

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